Let It Be (album The Beatles)

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Let It Be
Artista The Beatles
Featuring {{{featuring}}}
Tipo album Studio
Pubblicazione 8 maggio 1970
Durata 35 min : 13 s
Album di provenienza {{{album di provenienza}}}
Dischi 1
Tracce 12
Genere Pop rock[1]
AOR[1]
Esecutore {{{esecutore}}}
Etichetta Apple Records
Edizioni {{{edizioni}}}
Produttore George Martin e Phil Spector
Arrangiamenti {{{arrangiamenti}}}
Regista {{{regista}}}
Registrazione gennaio 1969
Formati {{{formati}}}
Note
Premi
Dischi d'oro
Dischi di platino
Dischi di diamante {{{numero dischi di diamante}}}
The Beatles – cronologia
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Abbey Road
(1969)
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Let It Be è il titolo dell'ultimo disco - e del relativo brano guida - pubblicato dai Beatles. Registrato pressoché interamente in "presa diretta" (ovvero senza incidere svariate versioni per scegliere la migliore, né prendendo parti delle varie takes o facendo delle sovraincisioni) nel mese di gennaio del 1969, venne distribuito soltanto l'anno successivo, cioè nel 1970, l'anno dello scioglimento ufficiale del gruppo.

Indice

[modifica] Il disco

Sebbene l'ultima fatica in studio dei quattro di Liverpool fosse stata la registrazione di Abbey Road (avvenuta nell'agosto del 1969 nelle sale di registrazione situate appunto in Abbey Road), nella sequenza cronologica della loro discografia Let It Be compare per ultimo: la ragione di questo scambio è peculiare.

Il progetto - originariamente concepito con il titolo Get Back - era stato ideato da Paul McCartney, forse il più attivo e lucido in questa fase della vita del gruppo, come un recupero di quell'impronta rock e dell'approccio live che li aveva caratterizzati all'inizio della loro carriera.

L'idea di fondo era che - al pari del primo disco Please Please Me, registrato in un'unica seduta di 12 ore nel 1962 - i Beatles dovessero abbandonare le strumentazioni elettroniche e le sovraincisioni a vantaggio delle registrazioni in presa diretta.

[modifica] Le sessioni di registrazione

Così, come nelle intenzioni di Paul McCartney, nel corso delle sessioni di registrazione che si produssero tra il 2 e il 31 gennaio 1969 negli studi di Twickenham prima, e di Savile Row dopo, i Beatles si raccolsero nel tentativo di tornare al rock'n'roll live degli esordi.

Nel corso delle prove, quello che doveva essere l'evento live conclusivo – scartate le proposte di un concerto nel deserto africano o di uno show su una nave nel Mediterraneo per l'opposizione di George Harrison (contrario a concerti dal vivo) e di Ringo Starr (che non ne volle sapere di lasciare l'Inghilterra per l'Africa a causa delle sue intolleranze alimentari) – si trasformò in una performance tenutasi il 30 gennaio 1969 sul tetto dell'edificio di Savile Row, sede della Apple, etichetta di proprietà degli stessi Beatles.

Delle Get Back sessions sono state messe in circolazione tra i collezionisti le registrazioni. L'intero mese di prove è stato infatti registrato da due telecamere che avrebbero dovuto filmare ininterrottamente il processo creativo della band. Tali registrazioni sono illuminanti in merito allo stato di malessere interno al gruppo, nonché per sfatare alcune leggende che attribuiscono a Yoko Ono la colpa dello scioglimento della collaborazione tra i quattro.

Può infatti notarsi come John Lennon fosse fortemente condizionato dall'uso di droghe (eroina) e pervaso da un approccio introspettivo che aveva Yoko come unico riferimento esterno; George Harrison provasse forte disagio nel non vedere seriamente prese in considerazione le canzoni da lui composte e il suo apporto al punto da meditare di formare un gruppo tutto suo con Eric Clapton; Paul McCartney ritenesse di dover comunque andare avanti e scongiurare la rottura definitiva proponendosi quale guida dei quattro.

Nel corso delle prove, George Harrison abbandonò momentaneamente il gruppo in seguito a una furiosa discussione con Paul McCartney. La ripresa del progetto fu possibile soltanto a una condizione: lo spostamento delle sessioni dagli angusti studi cinematografici di Twickenham a quelli più sereni di Savile Row e l'abbandono di qualsiasi progetto di show dal vivo (George cedette tuttavia al concerto sul tetto). Nel medesimo frangente si aggiunse ai Beatles anche il tastierista jazz Billy Preston, che i Fab Four avevano conosciuto nei primi anni sessanta ad Amburgo. Fu lo stesso George Harrison a coinvolgerlo, in parte per scongiurare i litigi che continuavano a prodursi in seno (nell' Anthology dice: «Quando entrava un "ospite" in studio, tutto cambiava, a partire dal nostro atteggiamento: non litigavamo più, volevamo mostrare solo il nostro lato buono») alla band ma anche per ragioni prettamente tecniche: la decisione di evitare sovraincisioni richiedeva spesso di avere un altro strumentista. L'apporto di Preston servì a rasserenare gli animi e a posporre la rottura definitiva del gruppo.

Finite le prove e registrati i nuovi pezzi iniziò l'odissea del disco. I Beatles – insoddisfatti del risultato sia da un punto di vista compositivo che realizzativo – lasciarono il missaggio delle tracce inizialmente all'ingegnere della EMI Glyn Johns che a marzo presentò un acetato che però fu giudicato inutilizzabile dal gruppo, che si era ormai disinteressato al progetto. Un successivo tentativo fu programmato a settembre, ma nuovamente riposto dopo che i Quattro chiesero a George Martin di fare ancora una volta il loro produttore per un nuovo disco (Abbey Road) completamente diverso in stile dal progetto Get Back. Successivamente le registrazioni furono affidate al produttore americano Phil Spector, famoso per il suo "muro del suono", che decise di applicare i suoi metodi, con una postproduzione accentuata.

Fu proprio l'applicazione del "muro del suono" ai pezzi di Let It Be a scatenare l'ennesimo litigio in seno ai quattro. Paul McCartney vide infatti pubblicato il disco con alcuni suoi brani stravolti: soprattutto The Long and Winding Road fu infatti modificata da Spector con l'aggiunta di violini e cori celestiali, mandando su tutte le furie il suo compositore (bisogna però dire che nei concerti degli anni seguenti McCartney suonò la canzone seguendo l'arrangiamento deciso da Spector). L'album fu comunque pubblicato l'8 maggio 1970, quando i Beatles si erano già sciolti. Il disco era abbinato ad un album fotografico costituito da pregevole carta patinata in formato A4, contenente oltre 200 immagini in vario formato scattate da Ethan Russel, che documentavano il lavoro svolto in studio, compresi i momenti di relax.

Nel novembre 2003 venne pubblicato un disco, Let It Be... Naked, che secondo Paul McCartney assomigliava maggiormente al progetto iniziale. Oltre a missaggi diversi dei vari brani, sono state eliminate Dig It e Maggie Mae, e aggiunta al loro posto Don't Let Me Down.

Una nota curiosa: la copertina di Get Back fu scattata nello stesso luogo (il palazzo della EMI) dove era stata presa quella del loro primo album, Please Please Me; la foto, assieme a una foto alternativa del 1962, apparve poi nella copertina delle due raccolte L'album blu e L'album rosso.

[modifica] I brani

[modifica] Two of Us

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Two of Us.

Dalle atmosfere che echeggiano nel brano sembrerebbe che John e Paul, entrambi alla chitarra acustica e in duetto vocale, avessero riguadagnato una nuova armonia, pronti a salpare per i momenti adolescenziali della Liverpool di quindici anni prima. Nella realtà, invece, i “due” del testo sono Paul e Linda Eastman. È proprio lei a confermarlo, aggiungendo che la composizione fu scritta da Paul in macchina, in un pomeriggio di relax in cui si erano lasciati alle spalle i ritmi londinesi per tuffarsi nella natura[2].

L’esecuzione, titolata On Our Way Home durante il lavoro di incisione in studio, venne eseguita nello stile degli Everly Brothers e registrata nelle giornate del 24, 25 e 31 gennaio. Introdotto dalla voce di John che annuncia: “‘I Dig a Pygmy’, by Charles Hawtrey and the Deaf Aids… Phase One, in which Doris gets her oats!”, il nastro finale è, rispetto ai primi tentativi, più incisivo e convinto nelle voci e nelle percussioni di Ringo[3] e non risulta avere sovraincisioni, rispettando con ciò l’accordo iniziale proposto congiuntamente da Paul e John secondo cui, a differenza del passato, il nuovo album avrebbe dovuto essere “onesto” e senza “trucchi sonori”, un ritorno alle loro origini di gruppo di rock’n’roll[4].

[modifica] Dig a Pony

Il testo di Dig a Pony è di John, che lo modificò continuamente man mano che le registrazioni procedevano (anche il titolo originariamente era All I Want Is You), e la cui versione finale fu quella registrata nella performance sulla terrazza del fabbricato di Savile Row che ospitava gli studi della Apple. Come in altre circostanze precedenti, l'autore manifestò l'insoddisfazione per il proprio brano definendolo «altra spazzatura»[5].

[modifica] Across the Universe

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Across the Universe (brano musicale).

Il brano era stato composto da Lennon e registrato nel febbraio del 1968. L’autore sperava di poterlo pubblicare come singolo, ma gli fu preferita Lady Madonna di Paul, e il nastro di Across the Universe venne archiviato e più tardi offerto per un disco di beneficenza del WWF. Pertanto il ripescaggio del pezzo e l’inserimento nel nuovo album rappresentò una rivalsa di John nei confronti di McCartney e della propria precedente sottovalutazione.

Il pezzo sgorga come altri nella casa di John a Kenwood, in un momento fra veglia e sonno e dopo l’ennesimo episodio di tensione con la moglie Cynthia. Lennon aveva già conosciuto il Maharishi, il cui swami (maestro) personale si chiamava Dev. John, in omaggio al guru, utilizzò le parole che i discepoli usavano quando si incrociavano: ”Jai Guru Dev” (“lunga vita al guru Dev”).

Il 4 febbraio 1968 venne incisa la base e gli strumenti furono soggetti a trattamenti sonori, poi il nastro elaborato da tagli e cuciti fu pronto per essere sovrainciso da parti vocali e venne fuori un pezzo «di grande bellezza»[6][7]. Si scoprì però che erano necessarie voci femminili e per questo si reclutarono due giovani fan, Gayleen Pease e la brasiliana Lizzie Bravo, per coprire le parti nella strofa Nothing’s gonna change our world[8]. L’8 dello stesso mese John volle riempire alcuni passaggi con un mellotron, ma insoddisfatto del risultato passò l’incarico a George Martin col suo piano. Tuttavia entrambe le versioni strumentali risultarono deludenti e si ricorse a una chitarra suonata da John.

Su Across the Universe il giudizio della critica si divide. Lewisohn lo ritiene «un brano bello, meditabondo e filosofico», una «superba prova canora»[9]. Viceversa, Ian MacDonald parla dell’autore con «le sue amorfe pretese e l’indolente melodia [che] sono fin troppo evidentemente il frutto di una grandiosità indotta dall’acido e ammorbidita solo dallo sfinimento.» E così conclude caustico: «Finché era stato un Beatle, Lennon raramente aveva peccato di tediosità. Con questo brano, fece un’indesiderata eccezione»[10]. Per meglio inquadrare, va precisato che la versione del 1968 fu ripresa dal produttore Phil Spector che, prima di inserirla nel disco, ne abbassò la tonalità rallentandone il nastro e nella seduta del 1º aprile 1970 la infarcì di archi, enfatizzando «la scipita apatia della canzone». Quindi, il severo giudizio di MacDonald suona indirettamente anche come una critica al lavoro di Spector.

[modifica] I Me Mine

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce I Me Mine.

Melodia a tempo di valzer ispirata da una fanfara austriaca trasmessa per televisione, ha un titolo apparentemente nonsense ma che invece racchiude uno dei capisaldi della filosofia indiana con la quale George Harrison acquisiva sempre maggiore familiarità. L’individualismo – ciò che “io” ho, che appartiene a “me”, che è “mio” – impedisce di raggiungere la coscienza cosmica in cui non c’è “ego”[11].

Fu in ordine cronologico l’ultimo brano dei Beatles sul quale i tecnici lavorarono al montaggio in studio. Il 3 gennaio 1970 (Let It Be perciò include materiale inciso nell’arco temporale di due anni) la registrazione del nastro 16 fu decretata la migliore e su di essa si sovraincisero piano e chitarra (entrambi elettrici), voci, un organo e un’altra chitarra. Il 2 aprile – dopo l’aggiunta di archi e cori del giorno precedente – Spector smontò, copiò e rimontò la canzone, dilatandola di circa cinquanta secondi[12].

[modifica] Dig It

Costituisce il frammento di una lunga jam session basata sui tre accordi di un giro armonico classico e in cui Lennon improvvisa il testo accostando insieme libere associazioni di idee.

Registrata in due date, l’incisione del 24 gennaio 1969, pesantemente elettrificata, venne messa da parte e di essa giunge a noi solo la vocina infantile di John che annuncia “That was 'Can You Dig It', by Georgie Wood. And now we’d like to do 'Hark the Angels Come'” (“Questo era 'Can You Dig It', di Georgie Wood. Adesso vorremmo suonare 'Hark the Angels Come'”), frase montata in coda per collegare il pezzo alla successiva Let It Be.

Fra i vocalizzi di sottofondo registrati due giorni dopo e a cui collabora anche Heather, la figlia di sei anni di Linda Eastman, sull’onda di un omaggio di Lennon nei confronti di Bob Dylan (“Like a Rolling Stone”) si colgono in primo piano alcuni acronimi e nomi snocciolati senza alcun legame logico: FBI, CIA, BBC, B.B. King, Doris Day e Matt Busby, storico allenatore del Manchester United dal 1945.

[modifica] Let It Be

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Let It Be (brano musicale).

Ritenuto all’uscita un inno alla religione per via del titolo, dell’invocazione a ”Mother Mary” (identificata con la Vergine Maria), della struttura gospel e degli accordi dell’organo di Billy Preston, è nella realtà la rievocazione da parte di Paul – così come aveva fatto Lennon in Julia del White Album – della propria madre morta quando l’autore aveva quattordici anni. Paul stesso ricorda che, in quel periodo molto difficile sotto il profilo emotivo e professionale, una notte fece un sogno rasserenante in cui si incontrava con la madre Mary Mohin[13].

Le registrazioni del pezzo vennero effettuate il 25 e il 31 gennaio ‘69, e risultò essere il migliore il nastro 25, su cui si effettuarono alcune sovraincisioni. Il pezzo fu poi ripreso il 30 aprile negli studi di Abbey Road, e in quella seduta George vi sovraincise l’assolo di chitarra. Dopo otto mesi, il 4 gennaio 1970 Let It Be venne riregistrata e furono sovraincisi fiati e archi (mixati bassi e perciò non facilmente percepibili nella versione del singolo) mentre, per la variante dell’album, l’assolo di chitarra del 30 aprile (che rimarrà per il singolo) sarà sostituito dalla linea di George incisa a gennaio. Quella seduta fu l’ultima esperienza musicale dei Beatles come gruppo in uno studio di registrazione.

[modifica] Maggie Mae

Maggie Mae era un pezzo che i Beatles suonavano nella fase del riscaldamento nelle loro prime performance dal vivo, ed era dedicato a una prostituta di Liverpool. Nell’album appare una sezione di circa quaranta secondi della canzone, incisa d’un fiato il 24 gennaio ’69. La composizione risulta accreditata a tutti e quattro i Beatles e, fra coretti e una breve linea di chitarra, il brano chiude il lato A del disco.

[modifica] I’ve Got a Feeling

L’intelaiatura di questo brano basato su due accordi è speculare a quella di A Day in the Life. Così come nel capolavoro di Sgt Pepper, formato dalle parti iniziale e finale di John che racchiudono la sezione mediana di Paul, questa volta la struttura portante è di McCartney, di Paul sono la prima e l’ultima parte, e nel segmento centrale si incastra alla perfezione Everybody Got a Hard Year di Lennon, perciò il pezzo costituisce l’ultima collaborazione fra i due Beatles.

Come per altri brani destinati all’album Get Back (progetto poi accantonato), l’inizio delle registrazioni va fatto risalire al 22 gennaio 1969. Ripreso in studio il 24, 27 e 28, il brano fu prodotto live in due versioni il 30 gennaio – giorno del Rooftop Concert – e il mixaggio per la versione definitiva venne effettuato il 5 febbraio.

[modifica] The One After 909

Rock ruvido e folgorante nelle atmosfere talvolta lente e sdolcinate dell'album, il pezzo era stato scritto nel ’57 da Lennon e McCartney (anche se era opera principalmente di John) sotto l’influsso del rock’n'roll di Chuck Berry. Registrato sei anni dopo, fu giudicato non adatto alla pubblicazione e per questo motivo venne accantonato. Dopo altri sei anni di abbandono, The One After 909 fu ripescato e registrato dapprima in sala d’incisione il 28 e 29 gennaio 1969 e il giorno successivo nel Rooftop Concert, con una coda di John che beffardamente chiude il pezzo accennando le note iniziali di Danny Boy, una canzone eseguita fra gli altri da Conway Twitty nel 1959.

[modifica] The Long and Winding Road

Ballata intensa, delicata e dolente in puro stile McCartney, offerta in una prima versione limpida (ancorché non priva di errori) del 26 gennaio ’69 nella quale le pesanti e zuccherose sovraincisioni successive erano qui rese dal lavoro pianistico di Preston[14].

La canzone ebbe una storia tempestosa e costituì l’elemento scatenante che portò allo scioglimento del gruppo. Negli ultimissimi giorni di mixaggi e montaggi, il produttore Phil Spector decise, senza consultarsi con McCartney, di condire pesantemente l’originaria traccia con cori e abbondanza di archi. Il lavoro di Spector in studio risultò dubbio persino a un carattere docile e bonario come quello di Ringo Starr, l’unico Beatle presente in sala, che prese da parte uno Spector nevrastenico e lo calmò dicendogli: «[I tecnici] stanno facendo meglio che possono. Sta buono e calmati»[15]. Anche Brian Gibson, ingegnere tecnico quel giorno, affermò perplesso in seguito: «In The Long and Winding Road, [Spector] voleva sovraincidere orchestra e coro ma non c’erano abbastanza piste libere sul nastro, così eliminò una delle parti di voce di Paul per poterci infilare l’orchestra»[16].

Venuto a sapere del rimaneggiamento, un furibondo Paul McCartney cercò prima senza riuscirci di bloccare tutto e poi, in quell’atmosfera pesante di incomprensioni, litigi, rancori e piccole vendette venutasi lentamente a maturare, dichiarò di considerare sciolto il sodalizio con gli altri tre Beatles.

[modifica] For You Blue

Canzone blues di struttura classica ma scorrevole e distesa, è dedicata da George a Pattie Boyd e in essa Harrison, alla chitarra acustica, approfitta per rendere omaggio a Elmore James, chitarrista blues americano, citandolo durante l’assolo di Lennon alla slide guitar.

George’s Blues, titolo originale di For You Blues che alla fine diventò For You Blue, venne registrata in una sola giornata, il 25 gennaio ’69. La leggerezza del pezzo è confermata dall’autore che dichiarerà: «È una semplice canzone in dodici battute che segue tutti i normali canoni delle canzoni in dodici battute, tranne il fatto che è spensierata!» [17].

[modifica] Get Back

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Get Back (The Beatles).

Fu Paul McCartney a comporre questo pezzo rock che nasceva originariamente nelle intenzioni dell'autore come una satira nei confronti del razzismo verso gli africani e gli asiatici che popolavano il Regno Unito. Considerata la delicata situazione che si era venuta a creare con l’ingresso di migliaia di asiatici e la conseguente predicazione del partito neonazista del Fronte Nazionale, le parole non opportunamente calibrate da Paul rischiavano di essere benzina sul fuoco risultando facilmente fonte di fraintendimento, tanto da far ipotizzare a qualche commentatore un “periodo razzista” che avrebbe venato il gruppo[18]. Paul smentì questa interpretazione, anche se versi come ”Don’t dig no Pakistanis taking all the people’s job, get back to where you once belonged” (“Non mi vanno giù i pachistani che vengono a rubare il lavoro alla gente, tornatevene a casa vostra”) potevano comprensibilmente indurre in errore, col pericolo di essere esplosive in quel contesto sociale. Perciò il testo venne radicalmente stravolto, divenendo l’innocuo accenno a Jojo, un americano dell’Arizona, e alla dolce Loretta Martin, scopertasi improvvisamente un uomo.

Su tutta questa vicenda resta la testimonianza di John Lennon secondo il quale, ogni volta che Paul cantava il verso-guida ”Get back to where you once belonged”, rivolgeva lo sguardo alla onnipresente Yoko Ono[19]. Non è ben chiaro a cosa volesse alludere John, né se il fatto fosse vero o se si trattasse dell’immaginazione rancorosa di Lennon nei confronti dell’amico-rivale. Paul, a propria difesa, sostenne: «Se c’era un gruppo che non era razzista erano i Beatles: tutti i nostri musicisti preferiti erano di colore»[20].

Le versioni del singolo e dell’album evidenziano qualche diversità. Il singolo ha un mixaggio più rifinito e ha interessanti effetti eco dei quali la versione per l’album è priva; e mentre il singolo si chiude con un deciso Ringo che dà l’attacco per il finale, la versione per l’album si apre con l’irriverente scherzo (assente nel singolo) di John che canticchia ”Sweet Loretta Fart she thought she was a cleaner but she was a frying pan” (“La dolce Loretta Scoreggia credeva di essere una pulitrice, invece era una padella”) e si conclude insolitamente con la nota sottodominante che dà al pezzo il senso dell’incompletezza.

[modifica] Tracce

  1. Two of Us (Lennon, McCartney) - 3:37
  2. Dig a Pony (Lennon, McCartney) - 3:35
  3. Across the Universe (Lennon, McCartney) - 3:48
  4. I Me Mine (Harrison) - 2:26
  5. Dig It (Lennon, McCartney, Harrison, Starkey) - 0:50
  6. Let It Be (Lennon, McCartney) - 4:03
  7. Maggie Mae (Trad. arr. Lennon, McCartney, Harrison, Starkey) - 0:40
  8. I've Got a Feeling (Lennon, McCartney) - 3:38
  9. One After 909 (Lennon, McCartney) - 2:54
  10. The Long and Winding Road (Lennon, McCartney) - 3:38
  11. For You Blue (Harrison) - 2:32
  12. Get Back (Lennon, McCartney) - 3:09

[modifica] Formazione

[modifica] Altri musicisti

[modifica] Note

  1. ^ a b allmusicguide. URL consultato il 4-5-2010.
  2. ^ «Parcheggiammo in un bosco non so dove, io me ne andai a passeggiare e Paul rimase in auto e iniziò a scrivere», in Steve Turner, La storia dietro ogni canzone dei Beatles, Tarab, Firenze 1997, pag. 191.
  3. ^ Cfr. The Beatles Anthology 3, 2° CD, traccia 4 - Apple Records 1996.
  4. ^ «Dissero che volevano tornare agli elementi fondamentali» ricorda [George] Martin. «Non avrebbero usato le sovrapposizioni sonore.» In Philip Norman, Shout! – La vera storia dei Beatles, Mondadori, Milano 1981, pag. 505.
  5. ^ Bill Harry, Beatles - L’enciclopedia, Arcana, Roma 2001, pag. 246.
  6. ^ Mark Lewisohn, Beatles - Otto anni ad Abbey Road, Arcana Editrice, Milano 1990, pag. 275.
  7. ^ The Beatles Anthology 2, 2° CD, traccia 20 - Apple Records 1996.
  8. ^ Mark Lewisohn, Beatles - Otto anni ad Abbey Road, Arcana Editrice, Milano 1990, pag. 276.
  9. ^ Mark Lewisohn, Beatles - Otto anni ad Abbey Road, Arcana Editrice, Milano 1990, pag. 275.
  10. ^ Ian MacDonald, The Beatles. L'opera completa, Mondadori, Milano 1994, pag. 267.
  11. ^ «Non c’è nulla che non sia parte del tutto», avrebbe detto George «quando i piccoli io si fondono nel grande Io, allora sì che sorridi veramente», in Steve Turner, La storia dietro ogni canzone dei Beatles, Tarab, Firenze 1997, pag. 192.
  12. ^ Mark Lewisohn, Beatles - Otto anni ad Abbey Road, Arcana Editrice, Milano 1990, pag. 448.
  13. ^ «Era così bello per me e lei era molto rassicurante. Nel sogno diceva: “Andrà tutto bene”. Non sono sicuro che abbia usato le parole “lascia stare” [“let it be”], ma il succo era questo […] La canzone si basava sul sogno», in Barry Miles, Paul McCartney – Many Years From Now, Rizzoli, Milano 1997, pag. 420.
  14. ^ The Beatles Anthology 3, 2° CD, traccia 8 - Apple Records 1996.
  15. ^ Mark Lewisohn, Beatles - Otto anni ad Abbey Road, Arcana Editrice, Milano 1990, pag. 446.
  16. ^ Il clima di quella seduta è ben descritto da Mark Lewisohn nel suo Beatles - Otto anni ad Abbey Road, Arcana Editrice, Milano 1990, pagg. 446-7.
  17. ^ George Harrison, I Me Mine, Rizzoli, Milano 2002, pag. 156.
  18. ^ Steve Turner, La storia dietro ogni canzone dei Beatles, Tarab, Firenze 1997, pag. 196.
  19. ^ Riportato in Ian MacDonald, The Beatles. L'opera completa, Mondadori, Milano 1994, pag. 321.
  20. ^ Steve Turner, La storia dietro ogni canzone dei Beatles, Tarab, Firenze 1997, pag. 196.

[modifica] Voci correlate

[modifica] Bibliografia

Matteo, S. (2008), Let it be, No Reply, Milano.

[modifica] Altri progetti

[modifica] Collegamenti esterni

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